Erik-Hassle

In fondo, tutti abbiamo qualche interesse personale che il senso comune non esiterebbe a definire bizzarro.
Tra i miei si annoverano: i documentari sui serial killer, il cibo spazzatura, i ragazzi nerd e il pop scandinavo.

L’artista di oggi, valido esponente di queste ultime due categorie, è un gracile giovanotto svedese dal capello fulvo e dagli strani tratti somatici che risponde al nome di Erik Hassle.

Noto alle cronache dal 2008, anno in cui uscì il suo memorabile singolo Hurtful, Erik Hassle ha condotto la sua carriera da giovane artista emergente condividendo palchi, nella veste di opening act, con artisti del calibro di Mika, MØ e Twin Shadow e sperimentando tutte le sottocategorie di musica pop sino ad ora conosciute.

Finita la gavetta e conquistata qualche attenzione da parte del pubblico europeo e transoceanico, oggi è tempo per Erik di emergere e, per farlo, non ha esitato a sfoderare quel genere di pop sfacciatamente mainstream che non deve trovare giustificazioni, studiato e confezionato per trascinarvi nel suo vortice di falsetti, yeah yeah yeah e funky-beat che entreranno nella vostra testa indipendentemente dalla vostra volontà.

Tratto dal suo nuovo album in uscita ad agosto, ecco a voi No Words.

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Nella mia idea di mondo perfetto, le giornate lavorative inizierebbero obbligatoriamente alle dieci del mattino, le tagliatelle al ragù avrebbero la metà delle calorie e gli Alcoholic Faith Mission riempirebbero di fan i club di tutta Europa.

Non è la prima volta che sottopongo alla vostra attenzione l’opera magistrale di questa band danese che stilisticamente si colloca da una qualche parte tra Stars e Arcade Fire – sissignori – e che merita, per questo motivo, la vostra più completa attenzione.

A febbraio, infatti, è venuto alla luce il loro quinto album, Orbitor, un gioiellino di pregiatissima fattura che sarebbe riduttivo rinchiudere dentro un’etichetta di genere: dentro ci troviamo un po’ di tutto, dai martellanti beat elettronici di Another You, al delizioso candore vocale di Cut You Out, al pop corale anni 80 che ti sorprende nel bel mezzo di This Is The Best Day Of My Life, fino ad arrivare alle desolanti note di sassofono che precedono l’apocalittico ritornello a tinte liriche di Breaking For The Last Time.

Il brano di apertura, che prende il nome dall’album, mi sembra quindi un punto di partenza ideale per darvi una prima impressione sugli Alcoholic Faith Mission: addentrandovi cauti nella sua anticamera strumentale (che per la verità è stata tagliata in sede di editing per il videoclip), sarete improvvisamente travolti dalla interpretazione vocale di Thorben Seierø Jensen, enfatica e viscerale, tanto che, a fine della seconda strofa, sembra quasi “vomitare” le parole (“ripping your flesh apart“): è solo a quel punto che fanno il loro prepotente ingresso synth, vocalizzi e percussioni, dentro cui l’energico refrain “Hey! Am I good enough for you?” trova gioco facile.

Naturalmente, la mia risposta non può che essere sì.

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L’anno che ha da poco varcato la soglia della storia ha portato con sé un gran quantità di artisti francesi che si contendono il gradimento e le attenzioni dei più noti rotocalchi e blog di musica internazionale. Si pensi alle gemelle Diaz, in arte Ibeyi, o a Benjamine Clementine, solo per fare un paio di nomi.

Ma non è di questi francesi che voglio parlare: un po’ perché ne hanno già parlato abbastanza, un po’ perché mi è sempre piaciuto vestire i panni della talent scout, scartabellando nei meandri del web e cercando di indovinare l’identità del prossimo eletto. Una sorta di Mara Maionchi post litteram, insomma.
In questo caso, il mio compito è tutt’altro che arduo: anche se probabilmente il moniker Broken Back non vi dice ancora nulla, è molto probabile che la voce di questo artista vi suoni familiare. E, infatti, è proprio lui che se la canta beato sulle note della hit che sta spopolando in radio, firmata dal produttore francese più amato del momento.
La furbata di prestarsi ad uso e consumo di un pubblico da happy hour, nella nuova produzione firmata Klingande, Riva, suona un po’ come un tradimento all’idea romantica di artista che si è fatto da sé.

Ma tant’è.

Vi sorprenderà scoprire che, al di là dei pregiudizi, Jérôme Fagnet, cantautore parigino di appena 23 anni, possiede un talento tutto suo.
Halcyon Birs, prima traccia del suo personalissimo EP Dear Misfortune, Mother Of Joy, è il brano che più di tutti gli altri ha attirato la mia attenzione: un sound fresco e spensierato, ad alto tasso di orecchiabilità, che fonde il gusto tropicale della chitarra acustica con la ruffianeria di beat elettro-pop. Il tutto a dispetto del testo, che racconta la disillusione di un amore attraverso la metafora del controverso mito di Alcione e Ceice, giovani amanti perseguitati dalla vendetta degli dei cui avevano osato paragonarsi e che furono trasformati in uccelli da Zeus, mosso a compassione dalla loro infausta sorte.

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E poi arriva quel giorno, una soleggiata mattina di inizio aprile, in cui, scorrendo pigramente le nuove uscite musicali alla vana ricerca di qualche supereroe che salverà il futuro della musica contemporanea dal suo inevitabile decadimento, il cuore ti si ferma per un breve, ma intenso, istante.
Eccola lì, che capeggia a caratteri cubitali nel bel mezzo del mio schermo: “The National Release Sunshine On My Back“.
Beh, e me lo dite così? Nessuna dichiarazione ufficiale? Nessun anticipazione, nessuna anteprima?

Eh sì, pare proprio che la formazione capitanata da Matt Berninger abbia deciso di aprire le danze all’insaputa di tutti e introdurci, passo dopo passo, alla scoperta del nuovo album – già annunciato lo scorso anno e previsto per questo autunno – prima di quanto ci si potesse aspettare.

E no, non ci credo all’ipotesi – ventilata da qualcuno – che si tratterebbe semplicemente di un brano scartato da Trouble Will Find Me, un semplice outtake da tirare fuori solo per creare un po’ di scompiglio tra i fan. E’ troppo, troppo bello.

Anzi, non esattamente.

Sunshine On My Back, è sublime, nel senso più filosofico del termine: è un piacere che inquieta, un dolore che affascina, un’emozione che lacera.
Tutto è imperniato sulla tormentata esistenza della sua protagonista, Tina, la cui vera storia rimarrà per sempre avvolta in uno scrigno di mistero e di morte. Il mood cantautoriale di questo brano ben si presta ai classici escamotage strumentali e melodici del repertorio della band: la severità delle chitarre viene addolcita spesso e volentieri dall’ariosità degli archi, mentre la batteria rimane dall’inizio alla fine un ospite non ingombrante ma onnipresente, pronto a pizzicare, all’occorrenza, le corde emozionali dell’ascoltatore.

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Sapete come si dice, no? A volte ritornano.

Era dal lontano 2012, anno del loro debutto con Mixed Emotions (che – detto tra noi – si può annoverare con una certa serenità come uno degli album più orecchiabili di quell’annata) che dei Tanlines non si parlava più.

Oggi, a tre anni di distanza, quei bravi ragazzi di Brooklyn sono tornati a bussare alla porta delle classifiche americane, pronti a riconquistarne la vetta: a prescindere dalle sorti che toccheranno all’album Highlights, la cui uscita è prevista per il 9 maggio p.v., la scelta di piazzare in anteprima un singolo come Slipping Away è sicuramente azzeccata.

E infatti, in un panorama musicale letteralmente invaso da tentativi più o meno riusciti di sperimentazione e finto avanguardismo, è sorprendente riscoprire quel senso di familiarità in trame melodiche semplici e lineari: Slipping Away si presenta come un inno pop rock di facilissima assimilazione e viaggia su temi curiosamente inadatti all’età anagrafica dei due musicisti, quasi a rappresentare un viaggio a ritroso nei magici anni 90, dove, tutto sommato, produrre melodie capibili dalle masse era ancora motivo di orgoglio.

E vivaddio.

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Prima della sua uscita ufficiale il mio “battesimo” con il nuovo lavoro degli Stars, band di Montreal che nella mia lista di preferenze si colloca non troppo lontano dai ben più acclamati Arcade Fire (per dare un’idea della stima che nutro nei loro confronti), non è stato dei migliori. L’ho avuto con From The Night, pezzaccio elettropop della peggiore specie che ho cercato subito di rimuovere dalla mia testa, pensando che si trattasse di un coraggioso esperimento andato male. Può capitare a tutti, anche ai migliori.

Ci riprovo, questa volta con No One Is Lost. Titolo accattivante, omonimo dell’album. Premo “play”. Brividi di disgusto lungo la schiena. Pezzaccio elettropop della peggiore specie. Sto male. Come è possibile che i miei amati Stars abbiano potuto partorire un singolo che assomiglia ad un pessima cover di Celebration di Madonna? Dove sono finiti le trame delicate e malinconiche di Set Yourself On Fire? E il cinismo edulcorato di Heart? E che ne è stato del romanticismo di The Five Ghosts con i suoi risvolti inaspettatamente macabri? Non riesco proprio a farmene una ragione, finché la voce di Campbell non giunge all’apice del ritornello: Put your hands up ‘cause everybody dies. E’ solo in questo preciso momento che, tra l’accavallarsi dei synth e il confortevole inframmezzo vocale di Amy Millan, realizzo gli Stars sono riusciti a creare un qualcosa di affatto banale: una hit da discoteca che nessun dj proporrebbe mai ad una platea di gente da discoteca. E ve li immaginate voi un ammasso di persone imbellettate con un pessimi intrugli alcolici in mano che si esaltano in pista al pensiero della loro inevitabile dipartita?

Dall’ascolto dell’intero album, mi rendo conto che la deviazione degli Stars verso un genere dance in cui non si erano mai realmente cimentati (anche se il precedessore The North qualcosa in proposito faceva intendere) costituisce un’eccezione propria solamente ai pezzi in ingresso e in chiusura, ovvero From The Night e No One Is Lost appunto. Il che la rende una deviazione misurata, ma anche necessaria ed efficace per trasmettere il loro messaggio di dolore ma allo stesso tempo di speranza, che suona più o meno così: “Anche se vi sforzate di emergere rispetto agli altri, con i vostri tacchi alti, con la vostra schiera di finte amicizie, con il vostro corpo scolpito da ore e ore di palestra, sappiate che tutti condividiamo lo stesso destino e lo stesso letto disfatto al nostro ritorno a casa: quindi, gente, liberatevi del vostro senso di superiorità, liberatevi dalle vostre invidie e dalla vostra vanità, consolatevi e gioite nella consapevolezza che siamo tutti fragili e mortali. E, in questo ritrovato senso di solidarietà per il triste destino che ci accomuna, dovreste godetevi la festa, perché finché dura, nessuno è perduto”.

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Non voglio alimentare false illusioni o alzare le vostre aspettative più del dovuto. Se non avete la minima idea di chi sia Tom Vek, state pur certi che il brano di oggi non vi piacerà.

Ad un primo ascolto, non disdegnerete l’intro, anzi, sono pronta a scommettere che nel momento in cui la scarica di synth dell’incipit si sovrapporrà ai riff di chitarra, basso e batteria – facendo inevitabilmente muovere qualche appendice del vostro corpo – penserete di trovarvi davanti ad un brano tutto sommato orecchiabile, di quelli che si mandano giù come un bicchiere di Moretti in una afosa giornata di luglio.
Sarà solo a quel punto che la voce meccanica di Thomas Timothy Vernon-Kell rovinerà tutto: fastidiosa nella prima parte della strofa, molesta nella seconda parte, insopportabilmente ridondante nel ritornello. Sarete presi dall’impulso di mettere fine ad un tale scempio anti-melodico con un semplice click.

Vi esorto tuttavia a perseverare: prima di poter apprezzare l’antesignana visione di Tom Vek, è necessario capire chi sia Tom Vek.
Tom Vek è essenzialmente un outsider, un artista solitario, uno che passò otto anni della sua gioventù chiuso nel garage dei suoi genitori nella periferia di Londra a rincorrere il sogno del successo discografico. C’è da dire che i suoi sforzi sono stati ripagati: con tre album all’attivo e un discreto quantitativo di singoli ben piazzati, il nostro Tom si è guadagnato l’apprezzamento della critica d’oltremanica e d’oltreoceano, pur rimanendo pressoché sconosciuto al grande pubblico.
Il look da damerino anni 50 e gli iconici occhiali dalla grossa montatura creano un effetto bizzarro se accostati al genere elettro-rock schiettamente underground: l’intonazione monocorde che lo rende inconfondibile sconta il rischio di risultare insostenibile pur di esaltare quanto più possibile il bruciante cinismo e il disincanto che pervade il senso dei suoi testi, senza mai rinunciare ad un tocco di sano umorismo britannico.
Sherman (Animals In The Jungle) è il primo singolo estratto da Luck, degno seguito di quel capolavoro che fu Leizure Seizure. Vi farà comunque schifo, ma non posso dire di non averci provato.

Burle a parte, ecco a voi video, testo e traduzione di Sherman (Animals In The Jungle).

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Era nell’aria da un po’ di tempo e finalmente, qualche giorno fa, questo talentuoso terzetto canadese – per lo più sconosciuto nel Bel Paese – ha annunciato l’uscita del loro terzo album, Mended With Gold, che sarà disponibile a partire dal 30 settembre, corredando la lieta notizia con questo singolo bomba in tipico stile RAA.
La formula pare non essere cambiata dai precedenti LP e, d’altra parte, squadra che vince non si cambia: se il predecessore Departed era un album assolutamente privo di cadute di tono, nel senso che ogni singola canzone dell’album poteva idealmente accaparrarsi almeno quattro stelle su cinque, Terrified è un uno di quei brani che potrebbe tranquillamente portare all’incasso cinque stelle e mezzo.

Innanzitutto, mi sia permessa una considerazione personale: adoro la voce nasale e sgangherata di Nils Edenloff, la adoro con la stessa enfasi con cui Enzo Miccio adorerebbe l’ultima collezione bridal di Oscar de la Renta. Nonostante sia totalmente priva di grazia ed armonia, tanto da poterla paragonare – in alcuni frangenti – al canto sguaiato di un alcolizzato da marciapiede qualsiasi, si abbina perfettamente alle forti influenze folk-rock, alle percussioni aggressive e all’uso e abuso di vocalizzi, creando un piacevole contrasto con i temi affrontati nelle lyrics, tutte più o meno correlate alla nostalgia per i luoghi dell’infanzia o all’amore non corrisposto.

Terrified – come suggerisce il titolo – fa parte di questa seconda area tematica e racchiude un po’ tutte le caratteristiche che fanno dei The Rural Alberta Advantage una delle band più interessanti di questa decade: solidità della struttura strumentale, volatilità della parte vocale ed impatto emotivo del testo.

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spoon

Nella desolante incertezza che permea la quasi totalità dell’esistenza umana, è difficile ancorare le proprie più alte aspettative ad un qualcosa ancora in divenire, a meno che questo qualcosa non sia già stato in qualche modo suffragato da precedenti dati empirici o dalle cosiddette regole d’esperienza. Tanto più determinati schemi si ripetono uguali nel tempo, tanto più saremo disposti a credere che lo stesso esito si ripeterà pressoché identico all’infinito: e così, nello stesso modo in cui si impara che dalla decisione di portare con sé o meno l’ombrello dipenderanno le sorti meteorologiche della giornata, è difficilmente contestabile l’affermazione per cui la nuova uscita discografica di una band come gli Spoon – con i suoi due decenni di esperienza alle spalle – rappresenterà uno dei punti più alti di questa annata musicale.

D’altra parte, sono diversi gli elementi che mi conducono ad un atto di fede così perentorio: innanzitutto, la recente parentesi di Britt Daniel nella superband Divine Fits ha confermato oltre ogni ragionevole esitazione lo straordinario talento di questo poliedrico artista, pronto a riprendere in mano le redini della sua creatura più cara e longeva; in secondo luogo, l’opportunità – sapientemente colta – di delegare la produzione ad esperti del settore del calibro di Joe Chiccarelli e Dave Fridmann sotto l’egida della neonata etichetta Loma Vista (Universal) aumenta notevolmente le chance di incontrare il gradimento di pubblico e critica.

Ma più che da ogni altra cosa, è dall’ascolto dei brani Rent I Pay e Do You che si può intuire lo spessore di ciò che sarà They Want My Soul, la cui uscita è prevista per il 5 agosto: il primo è un energico pezzo rock’n’roll volutamente “vecchia maniera” con un beat accattivante e danzereccio, mentre Do You si attesta su un piano decisamente più arioso e malinconico, riproponendo in chiave moderna artifici melodici propri delle nostalgiche rock ballad anni 90.
Ed è con questo secondo brano, non a caso scelto dalla band come primo singolo ufficiale, che vi lascio pregustare l’ottavo capitolo di questa inarrestabile band di Austin.

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Todd Terje

aprile 5, 2014

19 Aprile 2012. Design Week. Sono uno studente di Management per l’Impresa: gli inviti agli eventi fighi non li ricevo. Fortunatamente ho un’amica che ha fatto lo IED e fa la fashion editor: lei gli inviti agli eventi fighi li riceve. Le chiedo se c’è qualcosa di interessante questa sera. In realtà sappiamo entrambi che le sto velatamente chiedendo se c’è una qualsiasi sorta di evento dove ha la possibilità di farmi entrare. «C’è quella cosa di Replay all’Hangar Bicocca. L’ha organizzata Marcelo Burlon». «Ah!». Non ho la più pallida idea di che evento sia. Ma soprattutto, chi cazzo è Marcelo Burlon?. «Giusto! Avevo visto!». Mentre lo dico la mano che non regge il telefono digita rapidamente “Replay Hangar Bicocca” nella barra di Google (oh, Google, quanto ti amo!). Apro il primo risultato della ricerca. Rimango a bocca spalancata. Art Department dj set + The Maccabees live concert + James Murphy dj set. James Murphy. Porca troia. Il mio ciccione preferito. Divento improvvisamente ansioso. «Senti ma riesci a farmi entrare?». Spalanco gli occhi e trattengo il fiato nell’attesa. «Eh, mi sa di no. Mi è arrivato l’invito a lavoro». Bestemmio internamente ma non demordo. «In che senso? Dai, ci sarà un modo!». Cerco di non sembrare disperato, ma la voce mi è diventata più acuta come ogni volta che mi agito. «È un invito cartaceo, si entra con quello, non posso fare niente». «Sì, ma scusa, è nominativo? C’è il tuo nome?». «No». Vorrei mandarla a cagare per avermi fatto preoccupare inutilmente, ma non lo faccio perché mi serve ancora. «Beh ma allora mandami una foto e dammi le dimensioni, così lo stampo! A tra poco!». Metto giù. Attendo tamburellando con le dita sul tavolo e continuando a fissare quella schermata che mi ha provocato lo scompenso psicofisico. Dopo pochi secondi mi arriva una foto. Poco dopo le dimensioni. 8,5cm x 12cm x 3mm. Scontorno il flyer alla velocità della luce, salvo su chiavetta ed esco di casa correndo in direzione della copisteria che, fortunatamente, dista pochissimi metri. Chiusa. Bestemmio. Ad alta voce. Chiamo il mio coinquilino. «Oh! Ho l’invito per la serata di stasera all’ Hangar Bicocca ma non posso stamparlo. Tu riesci?». «Sì, dai! Mandami il file e le dimensioni». Non faccio in tempo a chiudere la telefonata che sto praticamente già inviando il tutto.

Arriviamo all’Hangar. Tiro fuori dal sacchetto di plastica quei 15 inviti che abbiamo stampato. Così facciamo entrare il mondo, avevamo pensato! Mi sento inarrestabile e sto già pregustando i fiumi di alcol che stanno scorrendo all’interno dell’edificio. All’ingresso c’è poca coda. Vedo la mia amica, quella dell’invito. Si avvicina e allunga la mano, mi porge qualcosa. È un invito. «Tieni, questo è in più». Sto per dirle che no, non serve, ne abbiamo più che a sufficienza, quando lo prendo in mano. È uguale a quelli che abbiamo stampato. Una sola differenza. Questo, a confronto, è una cazzo di mattonella. È effettivamente alto 3 mm. E noi che pensavamo fosse semplicemente rincoglionita e volesse dire che era stampato su carta 300g. Sudo Freddo. Abbiamo 15 flyer inutili. Bestemmio. A voce molto alta. Siamo ormai rassegnati. Non vedremo James Murphy. Aspettiamo fuori dai cancelli che un intervento divino ci permetta di entrare. Penso al modo di aggirare i due buttafuori che stanno raccogliendo gli inviti. Impossibile. Troppa poca gente. Mentre penso sconsolato che, probabilmente, non resta altro da fare che andarsene, vedo arrivare un gruppo di facce conosciute. Amici di un amico che ci salutano ed entrano. Teste di cazzo. Li odio tutti! Dopo pochi istanti uno di loro torna all’ingresso e ci chiama. È un tipo buffo. Ciò che lo rende un caso umano non è il fatto che sia alto, nemmeno il suo essere sovrappeso e ormai palesemente condannato alla calvizie. È la sua passione per le cravatte oscene. Ne indossa una nera. Larga. Nulla di strano, fin qui. Nel centro però ha una finta cerniera dorata. Cristo Dio, che tamarrata allucinante, penso. Tira fuori dalla giacca 5 inviti. Uno per ognuno di noi. «Questi sono in più. Li abbiamo stampati!». Ti amo. Ti amo grandissimo sfigato, penso.

L’evento è il paradiso. Semplicemente il paradiso. Dopo aver fatto 15 minuti di coda per prendere da bere, che per la prima volta in vita mia mi sembrano ragionevoli, ci allontaniamo dal bancone con 3 cocktail ciascuno. Bevo i primi due d’un fiato. No time for soberness. La stanchezza provocatami dal calcetto pre-evento e lo stress psicologico a cui sono stato sottoposto accelerano la velocità con cui l’alcol mi entra in circolo. Sono in un’estasi fatta di luci rosse, vodka, modelle e James Murphy in consolle che suona una versione strumentale di “Someone great”. Voglio morire. Qui. Ora. Mentre lo penso, il mio ciccione preferito sta facendo sfumare la traccia e la cambia abilmente con quella successiva. Un suono lungo. Acuto. Se fossi affetto da sinestesia vedrei un raggio laser che scompare lentamente nel fumo. E poi parte. Rimango immobile. Poi inizio a ballare come uno di quegli idioti che ti pestano i piedi e ti tirano gomitate ovunque, cospargendoti del loro sudore. Sicuramente qualcuno sta pensando che vorrebbe uccidermi. Lentamente. Quando mi calmo mi rendo conto che questo momento non può finire. Sfodero il telefono dalla tasca e Shazamo come non ci fosse un domani. Attendo immobile. “Todd Terje – Inspector Norse”.

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